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Spiritualità del quotidiano
Scopriamo la ricchezza delle cose di tutti i giorni
Nella Esortazione Apostolica Christifideles laici Giovanni Paolo II parla esplicitamene della dignità dei laici e indica che tale dignità si rivela in pienezza nella loro santità; la chiamata alla santità per i fedeli laici, pertanto, costituisce un punto capitale della loro vita e della loro presenza nella Chiesa.
Siate santi!
Il Concilio Vaticano II ha parlato diffusamente della santità dei laici soprattutto nella Lumen gentium, ove si fa riferimento esplicito non solo alla santità dei fedeli laici in generale, ma anche ai lavoratori (dediti spesso a lavori faticosi!), ai malati, sofferenti, poveri e tribolati.
Il decreto su L'apostolato dei laici nel n. 4 ha trattato esplicitamente della loro spiritualità e santità, dicendo a chiare lettere che l'apostolato dei laici dipende dalla loro unione vitale con Cristo.
Già l'apostolo Pietro aveva raccomandato di essere santi:
"... ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo" (1Pr 1, 14-16).Il Sinodo straordinario del 1985, parlando dei laici, precisò che i santi e le sante sono sempre stati fonte e origine di rinnovamento nelle più difficili circostanze della vita in tutta la storia della Chiesa; oggi abbiamo grandissimo bisogno di santi.
"La vocazione dei laici alla santità - affermò Giovanni Paolo II - affonda le sue radici nel Battesimo e viene riproposta dagli altri sacramenti, principalmente dall'Eucaristia".Che vuol dire essere santo
Per molti la santità può sembrare un miraggio lontano, difficile, al di sopra delle forze comuni, ed invece la santità è una vocazione che ci riguarda tutti, nessuno escluso.
Essere santi non vuol dire fare miracoli o compiere gesta eccezionali, ma vivere la vita quotidiana da buoni cristiani.
Essere santo vuol dire imitare Cristo, seguire Cristo nei suoi insegnamenti, vivere la sua vita attraverso i sacramenti, tradurre la fede nella pratica di ogni giorno.
In parole povere, vuol dire essere buon lavoratore, buon studente, buon pensionato, buon insegnante, buon impiegato, buon commerciante, essere buon genitore o buon figlio, buon nonno e buona nonna...
Essere santo vuol dire realizzare la propria dimensione cristiana nelle realtà temporali, partecipando cioè agli affanni e alle speranze del mondo, vivere nella storia e fare la storia di questa terra, ma farla in senso cristiano, con lo sguardo stesso del Cristo Redentore.
Impegno nel mondo
Nel cammino di santità, i fedeli laici non devono perdere mai di vista l'impegno civile e sociale e neppure quello politico, divenuto sempre più arduo e difficile, ricordando che per essi il luogo di santità, il luogo ove devono essere santi, è il mondo di oggi, questo mondo, nel quale sono chiamati a vivere e operare.
Portando un'anima nelle realtà terrestri, portando all'uomo di oggi quel supplemento di spiritualità che tanto manca, i fedeli laici rispondono alla vocazione alla santità e attuano la loro stessa missione nel mondo.
Il Concilio Vaticano II aveva asserito che "né la cura della famiglia, né gli altri impegni secolari devono essere estranei all'orientamento spirituale della vita" (Apostolicam Actuositatem 4): per i laici, tutto conduce, deve condurre alla santità.
Giovanni Paolo II ha precisato che
«la vocazione alla santità deve essere percepita e vissuta dai fedeli laici, prima che come obbligo esigente e irrinunciabile, come segno luminoso dell'infinito amore del Padre che li ha rigenerati alla sua vita di santità. Tale vocazione deve dirsi, allora, una componente essenziale e inseparabile della nuova vita battesimale e pertanto un elemento costitutivo della loro dignità» (Christifideles Laici 17).Tra i fedeli chiamati alla santità, un posto tutto speciale ce l'hanno i sofferenti e i malati, quelli, cioè, che dialogano con Cristo dolente e rappresentano una delle più grandi risorse della nostra azione apostolica.
La malattia, infatti, è luogo privilegiato di santificazione e di apostolato (l'apostolato della sofferenza!) ed è il tempo in cui può meglio radicarsi la dimensione della speranza e della fiducia in Dio.
(Cfr. Cosmo Francesco Ruppi, La santità dei laici)





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