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Pensieri su Qoelet

Un serio motivo per credere

Nella storia, l'unico uomo che si oppone alla logica della violenza è Gesù, che subisce l'umiliazione e la morte pur di non generare violenza contro altri uomini. Con la sua morte dimostra la necessità per tutti di passare per quella via, con la sua risurrezione testimonia il destino di tutta l'umanità secondo il piano di Dio.

Molti hanno scritto sull'inquietante libro del Qoelet, provocati dall'angoscia di una vita inutile, priva di senso e di creatività.

Molti si sono stupiti che un tale scritto sia nella Bibbia come "parola di Dio", giungendo a definirlo come scritto di un ateo, cosa impossibile per quei tempi.

Inoltre, analizzando il testo si trovano 25 frasi in cui si cita Dio e che danno tutte un senso, almeno di accettazione o di giustificazione della vita nonostante la sua "vanità".

Se si esamina il tempo in cui nasce questo scritto, probabilmente il terzo secolo prima di Cristo, troviamo l'essere umano alla ricerca di un senso della morte, che nei tempi antichi non faceva problema, ma veniva accettata come dal mondo animale; poi, per stadi successivi, si sviluppa un concetto di anima che appartiene alla persona e che sopravvive alla morte del corpo e quindi si pensa a una specie di parcheggio delle stesse (l'Ade) oppure alla reincarnazione con il ripetersi ciclico in vite successive anche animali.

Sia la filosofia greca (vedi Socrate) sia le culture orientali con l'evoluzione del pensiero umano non possono più accettare la morte come la fine, l'annientamento di tutto ciò che è stato nella vita: il ciclo della vita umana racchiuso nel solo ciclo biologico rappresenta una limitazione inaccettabile, il senso della fatica umana non può non superare quello del bue che traina l'aratro (perché costretto), i legami affettivi non hanno senso se finiscono nella morte.

Perché cercare il bene se è più facile uccidere e rubare?

L'analisi del saggio Qoelet è quindi provocata da questo problema: la natura segue i suoi cicli (vedi il prologo) e non muta mai e anche la vita umana, nonostante tutto l'affanno e le preoccupazioni che l'evoluzione della vita sociale ha generato, si trova serrata da questa impossibilità di variare, di migliorare perché tutto finisce con la morte.

Pure lo scrivente, che si identifica con il re Salomone, con tutto il suo potere e la sua ricchezza non può uscire da questo circolo vizioso. Che senso ha possedere ogni ricchezza se nel momento della morte siamo tutti poveri allo stesso modo?

Per ogni cosa c'è un tempo, ma alla fine tutto è già stato e non vi è nulla di nuovo sotto il sole.

Lo scritto si sviluppa per 12 capitoli con riferimenti alla vanità, alla inutilità, all'inevitabilità del non approdare a nulla, all'impossibilità per l'uomo di scoprire la ragione dell'opera di Dio, ma anche con riferimenti continui al rapporto con il Creatore come unica fonte di un senso non rivelato ma da accettare senza riserve, vero fondamento della fede, ovvero quanto di più distante ci sia dal pensiero ateo, poiché, secondo lo scrittore, la vita non dà motivi per essere vissuta in sé stessa, ma solo in un totale rapporto di fiducia in Dio.

Dio ha ispirato questo scrittore poiché al tempo stabilito ha mandato il Figlio a dare senso compiuto a tutto questo. L'uomo da solo non avrebbe mai potuto risolvere questo dilemma, ma Cristo ha portato a tutti l'Evangelo, la buona novella, l'unica spiegazione alla domanda profetica di Qoelet.

L'argomento su cui si fonda tutto questo è "la conoscenza del bene e del male" (vedi Genesi, il peccato d'origine). L'uomo è nato debole, ma in lui c'è l'anelito verso questo problema. Il tentatore, il serpente nel racconto figurato, insinua un ulteriore desiderio: essere come Dio. Adamo cade nella trappola e si scopre nudo, cioè non è in grado di risolvere questo dilemma e, cacciato da Dio, deve procedere con le sue forze in un'esistenza che si conclude con un dramma privo di senso che è la morte.

Da allora inizia la storia dell'umanità, che è soprattutto storia di guerre: l'uomo confonde subito il bene con il proprio bene e si sente autorizzato ad uccidere e rubare, organizzandosi in gruppi in cui l'interesse comune, secondo il pensiero del capo, diventa giustificazione a far violenza a chi si oppone, singolo o popolo che sia.

Nella storia, l'unico uomo che si oppone a questa logica è Gesù, che subisce l'umiliazione e la morte pur di non generare violenza contro altri uomini. Con la sua morte dimostra la necessità per tutti di passare per quella via, con la sua risurrezione testimonia il destino di tutta l'umanità secondo il piano di Dio.

Se per il credente, colui che si fida delle testimonianze storiche e dei fatti che ne sono conseguiti, tutto ciò si chiama "fede" ed in essa ripone la "speranza" che dà senso alla vita, per l'ateo dove si pone la razionalità per contrastare questi argomenti?

Ermi Veronesi- 12 luglio 2008

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