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Non solo un uomo

Nel tentativo di valutare un testo come "Inchiesta su Gesù" - Chi era l'uomo che ha cambiato il mondo - di Corrado Augias e Mauro Pesce, abbiamo scelto di proporre, tra gli innumerevoli commenti che sono seguiti alla sua pubblicazione, qualche suggestione tratta dall'intervento del biblista Mons. Gianfranco Ravasi, che riteniamo una delle persone più esperte in materia.

Foto della copertina del libro

Per comprendere la figura di Gesù, bisogna capire che i dati storicamente verificabili sono impastati con la dimensione religiosa.

Le lettere e gli interrogativi dei lettori si moltiplicano, il dossier di critiche e repliche sul libro Inchiesta su Gesù di Augias e Pesce si ingrossa, mentre il libro scala le zone alte delle classifiche di vendita, la Bibbia offerta dal Corriere della Sera ha registrato un successo inaspettato, l’attesa del libro di Benedetto XVI su Cristo ha già mobilitato i giornali (vi sono quotidiani e televisioni che mi hanno già prenotato interviste per allora).

Si ha un bel dire che siamo in epoca postcristiana, ma la figura di Gesù di Nazaret sembra continuare a lanciare, anche nei nostri tempi così distratti e superficiali, la domanda di quel giorno a Cesarea di Filippo nel nord della Galilea: «Ma voi chi dite che io sia?».

Naturalmente il documento capitale per ricomporre il volto storico di Gesù è costituito dai quattro Vangeli che, però, sono storia e teologia inestricabilmente intrecciate tra loro.

Da quando ha preso forma la critica storica si è passati attraverso fasi differenti.

Nell’Ottocento dominava lo scetticismo radicale: del Gesù della storia non sappiamo nulla perché è il Cristo della fede a dilagare in quegli scritti. A questa tesi, sostenuta dai cosiddetti "razionalisti", aveva dato un appoggio paradossale proprio una certa teologia, soprattutto protestante, votata a esaltare solo la divinità di Cristo, principio della nostra fede e salvezza, mettendo tra parentesi l’altro aspetto storico, legato all’Incarnazione e, quindi, all’umanità di Gesù.

Dalla metà del Novecento in avanti le posizioni sono radicalmente mutate e ci si è dedicati a isolare rigorosamente i molti dati storici che si potevano estrarre dai Vangeli, soprattutto tenendo conto dell’orizzonte giudaico entro cui Gesù era vissuto: erano sorti ritratti molto complessi e documentati di quel volto, come nel caso delle migliaia di pagine dei volumi di John P. Meier, intitolati Un ebreo marginale, tradotti in italiano dalla Queriniana di Brescia.

Naturalmente su questa strada si avevano risultati differenti tra loro, come quelli della citata Inchiesta su Gesù che riduce al minimo i dati storici verificabili riguardanti la vita, l’opera e le parole di Cristo.

I Vangeli, una realtà complessa

Ma intanto si poneva un problema che toccava la stessa ricerca storiografica: la verità storica è solo quella che si ottiene attraverso la verifica dei fenomeni, dei dati, dei fatti nel loro manifestarsi esterno o è anche il tener conto della molteplice complessità della realtà?

Nel caso dei Vangeli (ma non solo) la questione è rilevante. Lo storico tradizionale di fronte alle affermazioni di Gesù sulla sua divinità, ai miracoli, agli eventi pasquali tagliava senza esitazione quelle testimonianze e le gettava nel cestino del mito, o, al massimo, le spediva alle esclusive competenze del teologo.

Ora, i dati storicamente verificabili di Gesù e su Gesù sono in realtà impastati e impostati con la dimensione religiosa: un filtro grossolano e sbrigativo come quello adottato dalla citata Inchiesta su Gesù e da altre opere simili – che rade al suolo una massa enorme di dati evangelici inviandoli nel limbo del mito o della teologia quasi come cascami irrazionali e marginali – riduce la figura storica di Gesù a una larva o a un tronco mutilo o a un soggetto irrilevante, tant’è vero che si è condotti spesso ad attribuire la crescita grandiosa, teorica e pratica, del fatto cristiano all’opera della Chiesa o di Paolo.

È per questo che la recente storiografia, come è pronta ad adottare nuovi canali interpretativi dei dati storici (si pensi all’uso della psicologia, dell’antropologia e di altre scienze umane), così è incline a vagliare anche categorie teologiche o mistiche, considerandole parte dell’esperienza dell’umano.

La compiuta comprensione della figura reale di Gesù Cristo comprende, quindi, persino l’analisi di quegli elementi che sono oggetto della fede. Naturalmente lo storico dovrà applicare e affinare i suoi strumenti, che non sono quelli del teologo. Tuttavia, anche se con qualche rischio di sbavatura o di taratura poco calibrata, dovrà procedere pure su questa via.

Amputare dalla storia di Gesù quest’altra dimensione complessa e misteriosa della realtà sua e della cristianità delle origini non è segno di rigore scientifico, ma di semplificazione sbrigativa. Semplificazione che, tra l’altro, impedirebbe di comprendere autenticamente lo stesso san Paolo e la sua opera, così come il configurarsi della comunità ecclesiale, dell’esperienza cristiana e così via.

Questo nuovo e più completo approccio – senza confusione di ruoli tra storico e teologo – si sta sempre più collaudando.

Un esempio è il recente Gesù, una vasta opera dello studioso tedesco Klaus Berger, tradotta sempre dalla Queriniana.

Anzi, a quanto ci è dato sapere dalle poche pagine e dall’introduzione finora pubblicata, tale sarà l’orientamento anche del libro di Benedetto XVI.

Un percorso certamente delicato (non per nulla il Papa si è dichiarato pronto a discutere le eventuali critiche), ma necessario per una più completa e genuina ricostruzione della realtà di Gesù nelle sue diverse dimensioni, compresa anche quella "mistica" o di fede.

(Tratto dalla recensione di Gianfranco Ravasi pubblicata su Famiglia Cristiana n. 3 del 21 gennaio 2007.