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Il grande silenzio
QUANDO LE PAROLE NON SERVONO
Opera difficile e coraggiosa, che rinuncia volontariamente alle
parole, ai dialoghi, per seguire con fedeltà documentaristica una
comunità che vive nella clausura e nella contemplazione.
Nessuno fino ad ora era riuscito a infiltrarsi con una telecamera nel leggendario monastero della Grande Chartreuse, dove nel 1084 San Bruno di Colonia fondò l'ordine dei certosini.
Eretto vicino a Grenoble, la Grande Chartreuse è il punto di partenza e di riferimento di tutto l'ordine.
Una fortezza dunque, un tempio sacro all'interno del quale viene custodita con pazienza una mentalità ancestrale che pone, senza retorica, nelle braccia e nello spirito dell'uomo la sua vera forza, il suo fine ultimo.
Una mentalità e un mondo distanti anni luce dalla frenesia dell'uomo moderno, ma intimamente vicini alla propria natura animale, guidato da primari, arcaici bisogni e una naturale tensione spirituale.
Philip Gröning è riuscito a filmare questo mondo e restituirci fedelmente sullo schermo un diverso modus vivendi. Il risultato? Die Grosse Stille, tradotto letteralmente con Il grande silenzio.
Il film comincia con bianchissimi fiocchi di neve che in modo delicato e costante, sferzano un alberello fuori del monastero, mentre all'interno dello stesso fanno il loro ingresso due giovani aspiranti monaci, cui viene accordato un lungo periodo di prova nel quale possono essere rifiutati o rifiutare la durezza di questo tipo di vita.
Poi l'occhio della telecamera segue silenziosamente vari aspetti di questo mondo, da quelli amministrativi a quelli spirituali, per darci l'idea di un ecosistema che funziona perfettamente perché ogni lavoro ha il suo monaco deputato (il frate sarto, il frate cuoco, il frate giardiniere, il frate fabbro). Appaiono ogni tanto versetti biblici che sanciscono una scena o ripetono puntigliosamente un concetto.
Il silenzio del film è bilanciato dalla luce che dona a ogni immagine profondità di campo, e quasi simboleggia l'eterno scontro tra bene e male, senza soluzioni di causa, ma verso una "divina" complementarità.
Arriva la primavera e l'estate, ma poco cambia nel monastero come poco cambia nella città vicina, Grenoble. Il vento continua a scuotere le foglie, i monaci pregano, la strada vicina è tagliata dai fari delle automobili.
È proprio nell'avvicendarsi delle stagioni, del giorno e della notte, del lavoro e della preghiera, il significato ultimo del film, come a suggellare la vittoria finale dell'eterno sul mondo del divenire.
A un certo punto questo film ha preso forma, è diventato un monastero: spazio, non narrativa".
Ed è proprio così. L'opera del regista tedesco, al limite della descrizione, diventa sostanza, diventa essa stessa un monastero ordinato da leggi proprie, dal sonno, dalla veglia, dalla preghiera, dal silenzio.
È da più di vent'anni che il regista ha in mente questo film. Ne sono dovuti passare quindici prima che egli fosse autorizzato a entrare con le telecamere nel monastero, e lì ha vissuto per sei mesi come un monaco, in una cella, guardando, scrivendo, registrando.
Il film finisce, come prevedibile, col ritorno dell'inverno. In maniera perfettamente circolare, si conclude un film che è esso stesso contemplazione, ripetizione, ritmo. O come ama definirlo l'autore, viaggio nel silenzio.
Andrea De GioiaAltre recensioni:


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