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Il diritto di sognare il mondo che vorremmo non figura tra i trenta diritti umani che le Nazioni Unite hanno proclamato alla fine del 1948. Ma se non fosse per il diritto di sognare, e per l'acqua che esso dà da bere, la maggior parte dei diritti morirebbe di sete.

(Eduardo Galeano)

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Anno zero

La vita rinasce dalle macerie

Il film "Anno zero" si basa su un famoso testo teatrale che Sartre scrisse nel lager di Treviri: "Bariona o figlio del tuono", considerato uno dei testi teatrali più alti sulla Natività. Attraverso tale testo il regista abruzzese Milo Vallone ha inteso analizzare la fenomenologia della catastrofe nell'animo umano.

Bethaur è un misero villaggio della Giudea, vicino Betlemme. Il governo romano ha appena deciso di aumentare le imposte a sedici dracme segnandone la definitiva rovina. Bariona, capo di questa esigua comunità, esasperato dalle richieste del governo oppressore, invita il popolo all’autoestinzione attraverso la sterilità, imponendo l’aborto persino a sua moglie. Mettere al mondo bambini vorrebbe dire infatti perpetuare schiavitù per il nemico politico. Nella pellicola Bariona (interpretato magistralmente dallo stesso Milo Vallone) inasprisce il proprio dolore tramutandolo in odio e rimorso. Ieratico e inflessibile nel suo scetticismo, tradisce uno sguardo pieno di un mistero che non vede risposta, come chi custodisce una verità che fatica a tornare a galla.

Siamo nell’anno zero, il giorno prima della nascita di Cristo. Accanto al villaggio sta per accadere qualcosa che cambierà il corso della storia. Una scena raccoglie alcuni pastori attorno al fuoco che raccontano di strani odori nell’aria. Odori di germogli come un’imminente celebrazione di primavera. E’ il sentore di una rinascita in pieno inverno.

Mentre si attende la fine giurando di non procreare, un avvenimento è nell’aria ma, ostinatamente, Bariona sceglie di non riconoscerne i segni. Non chiederà grazia, non si piegherà, la sua dignità andrà a convergere nell’odio perché «contro un uomo libero Dio non può nulla» e «il Messia non verrà mai poichè la vita è una caduta interminabile dove precipitiamo in un’infame vecchiezza».

Ma il film non suggella il trionfo di questo stato d’animo e dice a tutti che una rinascita è possibile. L’incontro col re magio Baldassarre e lo sguardo di Giuseppe verso suo figlio apriranno il cuore di Bariona ad un’insolita opzione fino a portarlo al sacrificio di se stesso in nome di una promessa più grande della rivolta. Un tortuoso cammino interiore conduce il protagonista da un’ostinata negazione di un senso alla domanda sulla speranza, fino all’inaspettato miracolo della fede, lasciato coincidere col giorno della nascita di Cristo.

La minaccia della distruzione fisica e morale non diventa vittimismo, non sfocia nella rivolta o nella rassegnazione.

Il prologo e l’epilogo della pellicola, affidati ad Edoardo Siravo, sono stati girati nella Basilica di Collemaggio, nel capoluogo abruzzese. La fede non a caso risorge tra le rovine e le macerie di un popolo, a ricordare che l’uomo non è la sua sofferenza e la sua dignità non consiste nella disperazione.

Milo Vallone, ispirato dal testo di Sartre, decide di non attardarsi sul terrore e sull’odio che una catastrofe porta con sé. Lascia alle spalle le rivendicazioni politiche per assegnare un senso più alto alle vicende umane.

La vicinanza ossessiva della macchina da presa sui piedi scalzi e sugli sguardi rivela la volontà di un procedere nel cammino, di un monito a non fermarsi. Il gran teatro del mondo ferito da una catastrofe così immane diviene così luogo in cui riflettere sull’uomo e concedere l’infrazione alla speranza.

(cfr. Andreina Sirena, Sartre e il Messia, in L'Avvenire dell'11 maggio 2010)