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Bisogno o desiderio?
C'è Dio? Non c'è? Non è più una domanda importante oggi. Non appassiona e non contrappone più atei e credenti come al tempo dell'ateismo militante. L'atmosfera attuale si chiama indifferenza religiosa, lontana sia dallo scontro sia dall'adesione autentica e convinta alla fede cristiana. Una indifferenza che curiosamente può accompagnarsi con la ricerca di espressioni religiose viste però come appagamento di bisogni umani soggettivi. "Oggi convivono - e spesso nella coscienza contemporanea trasmutano l'uno nell'altro - il bisogno religioso e il disinteresse per la dimensione del sacro" (A. Fabris)1. Si assiste, infatti, a una ricerca di spiritualità che in realtà non mette al centro Dio, ma il bisogno di star bene con se stessi, di armonia, di benessere.
Pensare l'esperienza religiosa nell'orizzonte del bisogno conduce purtroppo a definire Dio in termini di utilità: c'è per quanto serve a rispondere, in modo piuttosto semplicistico, alle domande di senso, di sicurezza, di felicità che la vita innegabilmente pone. Una posizione questa che, come sappiamo, non sfugge alla critica ormai classica che ritiene Dio e la religione nient'altro che proiezioni del desiderio umano. Dio e la stessa fede cristiana finiscono così per diventare strumentali alla realizzazione dell'uomo. Non sfugge allo stesso rischio un cristianesimo usato come mezzo di identificazione culturale dell'Occidente, la cosiddetta "religione civile", eretta a garanzia contro la perdita di certi valori, dove tuttavia fa difetto una reale e personale adesione al Vangelo.
Se è pur vero che la fede in Dio risponde al bisogno di trovare un senso alla vita e alla morte, il Dio che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere non è un Dio utile a qualcosa ma un Dio che ama gratuitamente l'uomo prima e senza che questi lo cerchi.
"Dio esiste non perché ne abbiamo bisogno, o perché ci è utile e offre un senso alla storia. Dio oltrepassa la categoria dell'utile, che pure non è affatto da disprezzare, e si pone su quella del desiderio di pienezza e di completezza che concerne il piano dell'amore"2.In una relazione fondata sull'utile, cessato il bisogno, cessa la relazione. In quella fondata sull'amore ci si affida al desiderio che essa sia eterna.
È perciò essenziale, soprattutto nel clima attuale di relativismo, distinguere che cos'è fede autentica nel Dio di Gesù Cristo. Il cristianesimo è - o dovrebbe essere - innanzitutto l'esperienza di una sorpresa: quella di sapersi cercati e amati da un amore assoluto. La fede è simile, dice H. U. von Balthasar, al primo sorriso di un bimbo ai sui genitori con il quale esprime ad essi la sua gratitudine di sentirsi amato3. Fede è perciò e innanzitutto accoglienza del dono che Dio ha fatto all'umanità: Gesù Cristo. In lui Dio si è fatto irrevocabilmente nostro prossimo, costantemente "occupato" ad offrirci vita e salvezza. Non troviamo affatto nel Vangelo un "Dio dal volto arcigno che ci osserva da lontano per punire i nostri errori". La testimonianza di Gesù è un'altra, quella di un'esistenza interamente consumata nell'estrema fedeltà di rivelare il volto buono e misericordioso del Padre. E, a dispetto della ingiusta morte subita, tale testimonianza è risultata vincente perché Dio l'ha risuscitato. È dunque vero, come è stato detto, che con la risurrezione di Cristo il male e la morte non sono più l'ultima parola. Ma la verità di questa affermazione è affidata alla fede fattiva di chi si dice discepolo di Cristo, di chi permette che nella sua vita Dio manifesti al mondo l'unica legge che ha promulgato, quella dell'amore.
Note
1. Cit. da U. Sartorio, Annunciare il Vangelo oggi: è possibile?, Messaggero, Padova 2004, pag. 148.
2. V. Paglia, Lettera a un amico che non crede, Rizzoli, Milano 2003, p.100.
3. Cfr. M.P. Gallagher in U. Sartorio, cit. p. 171.






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