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Sei quello che ricordi. La comunicazione nel tempo
La memoria è stato il motivo conduttore del Salone internazionale del Libro di Torino 2010.
Estremamente significativo è il logo scelto dagli organizzatori: un albero con le radici all'in su. 
A livello semiotico, il messaggio che si può cogliere è una denuncia del capovolgimento che sta avvenendo nella nostra cultura e nella nostra società, ai vari livelli.
E insieme una proposta: quella di ridare alle radici l'importanza che hanno, di riportarle alla luce, manifestata dalla loro collocazione nella "parte alta" (la zona più importante e significativa di ogni testo).
Che cosa è per noi, oggi, la memoria? Come la pensiamo, come la utilizziamo? La scelta del tema - ci informa il sito web dedicato all'evento - nasce dalla constatazione di un paradosso: proprio nel momento in cui, grazie alle nuove tecnologie, possiamo disporre di sterminate banche dati, tali da sfidare la nostra stessa immaginazione e capacità di gestione, ci accorgiamo che il nostro rapporto con il passato si è fatto distratto, intermittente, quasi infastidito. Il mondo sembra oggi appiattirsi su un presente superficiale e nevrotico, incapace di fare i conti con la propria storia, persino di interessarsene. La memoria finisce per diventare una generica nostalgia. Eppure la capacità di codificare e trasmettere la memoria, cioè le esperienze acquisite, si è rivelato un fattore decisivo nell'evoluzione delle società umane, che si sono potute sviluppare proprio nel momento in cui hanno cominciato a consegnare alle nuove generazioni la testimonianza delle proprie esperienze.
Nell'ebraismo e nel cristianesimo la memoria acquista un significato e un'intensità particolari a livello di trasmissione verbale, cultuale e liturgica. La comunicazione religiosa non può farne a meno. La memoria biblica non è un'evocazione pallida, non è la commemorazione della festa nazionale, ma è la memoria viva, operante, il memoriale celebrativo ed efficace, osserva mons. Gianfranco Ravasi, che nel contesto della manifestazione torinese ha tenuto la lectio magistralis "Fate questo in memoria di me".
Fino a Gutenberg sapere a memoria era sinonimo di sapere tout court, ma con la rivoluzione della stampa le tecniche classiche di memorizzazione perdono importanza. Nell'Ottocento si afferma l'uso politico della memoria che mira a consolidare l'identità collettiva: per questo crea feste ed eroi nazionali. Nasce "l'invenzione della tradizione". La memoria assume un ruolo centrale in psicoanalisi e nella biologia, attraverso le mappature del Dna; con Proust si afferma come il motore primo della narrazione.
La memoria, dunque. La memoria degli eventi che hanno intessuto la nostra vita, delle persone che abbiamo incontrato e che in qualche modo hanno contribuito a forgiare noi stessi, fa sì che oggi ancora rivivano in qualche modo in noi. E ciò vale non solo per le persone, ma per ogni gruppo sociale: decidere di tagliare le proprie radici e di farne a meno, oppure manipolarle nell'adattarle all'oggi, espone al rischio di cancellare una parte importante di noi stessi, di arrivare forse a non sapere neppure più chi siamo.
Torna a riproporsi più forte che mai la questione del delicato rapporto fra tradizione e innovazione: "che cosa conservare e cosa buttare?" si chiede ancora l'articolista che ha presentato sul Web il tema del Salone 2010. Forse l'equilibrio si raggiungerà quando il rinnovamento, irrinunciabile, manterrà in qualche modo un collegamento con quelle radici che svettano sopraterra, senza reciderle.
Tenere viva la memoria è tessere quei fili che uniscono proficuamente il nuovo all'antico, l'innovazione alla tradizione, rinvigorendo la linfa della storia attuale dell'umanità, dei popoli, delle comunità, di ogni persona.
Angela Silvestri





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