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"In principio era la Parola"

Il modello e l'esempio di ogni comunicazione si trova nella Parola di Dio.

"Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Lettera di San Paolo agli Ebrei 1,1): Il Verbo incarnato ha stabilito un nuovo patto tra Dio e il suo popolo - un patto che unisce anche noi in comunione gli uni con gli altri".

(da "I mezzi della comunicazione sociale: al servizio della comprensione tra i popoli", Giovanni Paolo II)

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Comunicare. Che significa?

Concetto generale di comunicazione

Molte discipline utilizzano il concetto di comunicazione, ma non esiste ancora una teoria generale della comunicazione. La parola "comunicazione" ha tuttavia invaso tutti gli ambiti della vita sociale ricomprendendo sotto tale termine ampio aspetti molto diversi della vita e della società. Spesso per la nostra società "essere è comunicare": solo chi è capace di trasmettere il suo messaggio e di far sentire la sua voce sembra esistere davvero o prevalere; chi non parla, o di cui non si parla, appare in pratica come inesistente.

Per lo Zingarelli del 1941 comunicare significava "rendere comune" (dal latino communis) qualcosa ad altri, far partecipe, condividere, fare in modo che due o più entità o soggetti acquisiscano qualcosa in comune. La comunicazione era intesa come partecipazione, trasmissione, passaggio. Gli esempi si riferivano primariamente ai mezzi di trasporto fisici (comunicazione ferroviaria, aerea, stradale, ecc.) e solo secondariamente a quelli informativi e immateriali (comunicazione telefonica, telegrafica, ecc.).

Nel secondo dopo guerra l'idea di comunicazione era già intesa in senso ampio e immateriale come la pensiamo oggi. Bill Gates per definire i nuovi circuiti di trasmissione dell'informazione ha unito i due concetti e ha parlato di "autostrade dell'informazione".

La parola "comunicazione" ha invaso tutti gli ambiti della vita sociale ricomprendendo sotto tale termine ampio aspetti molto diversi della vita e della società. Spesso per la nostra società "essere è comunicare": solo chi è capace di trasmettere il suo messaggio e di far sentire la sua voce sembra esistere davvero o prevalere; chi non parla, o di cui non si parla, appare in pratica come inesistente.

L'obbligo di comunicare ha trasformato la condotta dei potenti, degli operatori della politica e dell'economia e anche quella dei professionisti della comunicazione, in competizione tra loro per accaparrarsi quel bene raro che è l'attenzione del pubblico.

Dal 1949 in poi sono stati proposti vari modelli di teorie della comunicazione, via via più sofisticati e complessi.

Uno dei primi modelli, poi ampliato, prevede una serie di fattori della comunicazione, ognuno dotato di una funzione specifica. Esso concepisce la comunicazione come un passaggio di informazione da una sorgente emittente a una destinazione. Perché la comunicazione si realizzi occorre un contatto o canale tra i due poli (il "pronto?" che diciamo al telefono è per accertarsi che ci sia il contatto). Affinché il messaggio trasmesso possa venire recepito dal destinatario, da un lato occorre utilizzare dei codici (segnali inerenti a un linguaggio condiviso dalle due parti: parole, bip bip, numeri, musica ecc.) e dall'altro il significato attribuito dall'emittente deve essere compreso e possibilmente condiviso dal ricevente: ciò richiede una operazione di codifica e di successiva decodifica del messaggio. I messaggi sono poi prodotti in riferimento a una certa realtà, il contesto.

Molto spesso il processo comunicativo è complicato dal fatto che attraverso il canale disturbi di vario genere (rumore sia di tipo fisico-tecnico, sia relativi al senso attribuito) impediscono una corretta ricezione del messaggio. A ciò si tenta di ovviare aumentando le emissioni di messaggi, in modo che la ridondanza ottenuta permetta di ricomporre adeguatamente il messaggio trasmesso e di comprenderne correttamente il significato.

Quando due persone parlano tra loro, ciascuna è, di volta in volta, emittente e ricevente e, per farsi capire, non solo deve usare una lingua comune, ma anche essere certa che le sfumature di significato, le allusioni, i termini in gergo che adotta siano comprensibili all'altro. Se si hanno dubbi sull'effettiva comprensione, perché si pensa che non tutte le allusioni siano chiare (quando l'interlocutore non appartiene alla stessa cerchia di amici), o perché si è verificata un'interruzione (si è intromessa una terza persona con cui si deve adottare un linguaggio più formale) o perché si sovrappongono altre informazioni che distolgono l'attenzione (un altoparlante diffonde una comunicazione pubblicitaria), chi parla tenderà a ripetere la comunicazione, forse con altre parole o altri riferimenti, sperando che venga capita (decodificata) negli stessi termini che egli voleva. Idem nel caso si tratti di comunicazione tra un soggetto umano e una macchina o tra due macchine.

Alcuni punti di problematicità

Tale schema è semplicistico e inadeguato per rappresentare le interazioni umane, sia dirette che mediate.

Anzitutto la comunicazione non si può concepire solo come passaggio di informazione, ma consiste in vari tipi di azione: promettere, convincere, persuadere, sedurre, emozionare, far immaginare, e così via. Inoltre non è affatto ovvio che cosa si intenda per messaggio e spesso è addirittura difficile individuare chi sia il mittente e chi sia il destinatario.

I contenuti mentali che intendiamo comunicare - pensieri, sentimenti, informazioni, ecc. - non possono essere spostati da una persona all'altra: il messaggio non è quindi un insieme di contenuti e di idee, ma un oggetto (carta con tracce di inchiostro, onde sonore, segnali digitali e così via) che si presta ad essere fisicamente spostato e che costituisce un sostituto dei contenuti mentali che si vorrebbero trasmettere. Gran parte della complessa problematica della comunicazione ha origine proprio da questa necessità di dover ricorrere a oggetti sostitutivi, i segnali.

Il contatto (canale) che mette in comunicazione emittente e destinatario spesso è di ordine psicologico e/o sociale.

Il codice può essere una frase pronunciata in una certa lingua, ma anche un modo per affermare la propria personalità con il corpo, il tono di voce, le espressioni del viso, il cibo, l'architettura e così via: tutti questi elementi hanno diverse codificazioni, delle regole, che fanno parte delle conoscenze generali condivise in una certa comunità sociale. Noi di fatto ci comportiamo "come se" i messaggi fossero codificati.

Gli schemi presentati sono il punto di partenza degli studi sulla comunicazione e ancora oggi influenzano il paradigma comunicativo. Tuttavia occorre tenere presente che in ogni comunicazione può sussistere, almeno in linea teorica, la possibilità di manipolazione del contesto: tale possibilità della menzogna, della simulazione e della dissimulazione, del fingere di comunicare e di molte altre figure strategiche della comunicazione che vedremo in seguito, contrasta con la linearità di questi schemi e li rende inadeguati.

L'idea che lo scopo dell'emittente sia di trasmettere un messaggio chiaro e inequivocabile al suo interlocutore, in modo che sia compreso con esattezza è estremamente semplicistica, se consideriamo le circostanza reali della comunicazione che sperimentiamo ogni giorno.

(cfr. Ugo Volli, Manuale di Semiotica e Il nuovo libro della comunicazione; Maria Carmen Belloni, La comunicazione mediata).
Angela Silvestri