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È Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso.

(dalla Lettera enciclica Fides et ratio - Giovanni Paolo II)

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Letteratura

Poeti e scrittori di fronte a Dio

FLANNERY O'CONNOR

Savannah, Georgia 1925 - Milledgeville, Georgia 1964

Il 3 agosto di quarant'anni fa moriva a 39 anni Flannery O'Connor.

A quarant'anni dalla morte la scrittrice americana scuote ancora le coscienze dei lettori con il suo cristianesimo tragico e paradossale, avverso a quella cultura che ha eliminato il mistero e ha addomesticato la disperazione.

ritratto di Flannery

Ci ha lasciato ventisette racconti e due romanzi: Wise Blood ("La saggezza nel sangue") [...] e The Violent Bear It Away ("Il cielo è dei violenti") del 1960.

All'opera narrativa vanno aggiunte le lettere e le prose occasionali [...]. La sua opera dunque non è immensa, ma è bastata a farla diventare una scrittrice di culto. Molti i riconoscimenti ricevuti in vita [...]. Le sue poche pagine dunque l'hanno fatta apprezzare come un'icona, un mostro sacro", un modello [...].

All'interno di una lettera del 17 gennaio 1956 lei si descrive efficacemente in un ricordo biografico dagli echi biblici:

«Ho fatto i primi sei anni di scuola dalle suore. [...] Fra gli otto e i dodici anni avevo l'abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l'angelo. Si trattava dell'angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa».

Il senso di quest'immagine va ben al di là del momento al quale risale come esperienza vissuta, fino ad essere chiave di lettura della sua esistenza di scrittrice: Flannery O'Connor rimase una bambina che scazzottava con l'angelo custode che non la mollava un attimo. Ce lo conferma un suo saggio, frutto di una conferenza tenuta alcuni mesi prima della morte, nel quale sostiene che lo scrittore deve lottare «come Giacobbe con l'angelo [...]. La stesura di un romanzo degno di questo nome è una sorta di duello personale».

Ma tale visione pugilistica va precisata e definita meglio per scoprire alla fine come questo "scazzottare l'angelo" (socking the angel) non sia che il travaglio di un parto drammatico e folgorante, privo di ogni ninnolo consolante o fiocco agghindato.

Da questa lotta nasce l'arte della O'Connor, che scrive in maniera netta, quasi perentoria: «Io, per arte, intendo scrivere qualcosa che in sé ha valore e funziona (works in itself)» [...].

L'infinito come trama del reale

La O'Connor scrive perché vede il mondo. Seppure l'espressione possa apparire banale, le cose stanno proprio così. La scrittrice ha una visione del reale, non dei labirinti della psicologia:

«La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d'impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa».

ritratto di Flannery

Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare emozione con testi che trasudano emozione né suscitare pensieri riempiendo le pagine di considerazioni e riflessioni. A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di "dire cose", ma di "farle vedere" al lettore, di mostrarle [...].

La concretezza dunque è una delle basi forti della poetica della O'Connor. Personaggi e avvenimenti hanno un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali:

«Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia», mentre spesso si crede che siano le emozioni tumultuose o le idee grandiose a fare un racconto. Nient'affatto: con i concetti astratti e i presupposti teorici non si fanno storie; le cose che vediamo, ascoltiamo, annusiamo e tocchiamo ci condizionano molto prima che iniziamo a credere in qualcosa che sia astratto e dunque la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa

«è quella d'affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un'abitudine, come un modo abituale di guardare le cose».

E quest'abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell'artista. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo, come la O'Connor scrive in una bella lettera del 10 marzo 1956. Da qui ecco il compito che la scrittrice riconosce a se stessa: concepire l'infinita trama del finito, nella sua assoluta contingenza e nella sua precisione:

«Il fondamento morale della Poesia è il nominare in maniera accurata le cose di Dio [...] rendere quanta più giustizia possibile all'universo visibile» perché esso «è un riflesso di quello invisibile»

E questa, in termini teologici, si potrebbe definire "visione sacramentale". La O'Connor sa che, in quanto scrittrice, il suo gesto di vergare parole su un foglio non significa esprimere una serie di intuizioni psicologiche, ma molto concretamente dar vita a un mondo. Lo stesso Dio e la dimensione spirituale hanno una consistenza materiale o, meglio, "sacramentale". Dio è un dato dell'esperienza, non un'intuizione della mente o dello spirito [...].

In questo senso appare lucidissima la scrittrice Joyce Carol Oates quando afferma in un'intervista:

«Mi dicono che sono stata influenzata da Flannery O'Connor, ma lei è così religiosa e i suoi lavori vanno considerati lavori religiosi, mentre nei miei libri c'è soltanto il mondo naturale: la religione è una manifestazione psicologica di poteri profondi, immaginazione profonda, di poteri misteriosi che ci accompagnano sempre». La Oates sceglie i circuiti mentali, la O'Connor le trame del reale, per cui non è il materiale a spiritualizzarsi, ma lo spirituale a materializzarsi, secondo il principio dell'Incarnazione. E ciò fa a pugni con ogni forma di psicologizzazione o mera simbolizzazione [...].

Il mistero espansivo del mondo

La O'Connor punta al mistero [...]. La narrazione ha per lei sempre un carattere "espansivo" e lo sguardo dello scrittore è fecondo, pregno, capace di far maturare i semi di mistero che è in grado di cogliere [...].

A suo giudizio [...] in un buon romanzo «accade sempre di più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade di più di quanto salti all'occhio». Il "di più" tende all'infinito, alla inesauribilità [...].

È proprio così che prende corpo un profondo senso dell'ascolto, del rispetto e dell'obbedienza nei confronti della realtà e del «mistero della nostra posizione sulla terra».

[...] Esiste un modello preciso, un modello in cui l'assoluto è stato reso concreto: la Bibbia. Non si fanno storie senza una Storia di riferimento e nel Sud protestante, scrive la O'Connor, la Bibbia svolge questo ruolo:

«Fornire una storia di dimensioni mitiche, una storia che appartenga a tutti, nella quale chiunque possa riconoscere la mano di Dio e la sua discesa [...].

La scrittrice dunque è convinta che «nulla garantirà il futuro della narrativa cattolica quanto la rinascita della tradizione biblica». Infatti la nostra reazione nei confronti della vita sarà ben diversa «se ci hanno inoculato soltanto una definizione della fede o se abbiamo tremato insieme ad Abramo che levava il coltello su Isacco». Il racconto biblico può arricchire l'immaginazione e far crescere in capacità di intuizione. Purtroppo, lamenta la scrittrice, la Sacra Scrittura «non ha fatto breccia nel profondo della nostra coscienza, né condizionato le nostre reazioni all'esperienza».

Nel saggio Novelist and Believer ("Narratore e credente"), il vizio della cultura che ha eliminato il mistero e ha addomesticato la disperazione, non è affatto l'ateismo di uno Steinbeck, quanto piuttosto coloro che ammettono l'esistenza di un essere divino che non ha niente a che fare con la materia e con la storia, che dunque non può essere conosciuto analogicamente o ricevuto sacramentalmente. Allora «l'uomo vaga [...] cercando di raggiungere un Dio che non può avvicinare, un Dio impotente ad avvicinarlo». Il campo semantico della parola "mistero" per la O'Connor non è affatto quello che comprende anche termini come vago, indistinto, impreciso, indeterminato...

Il dramma della libertà

La O'Connor era appassionata di san Tommaso d'Aquino («io sono una tomista di terzo grado», affermava), del gesuita francese Teilhard de Chardin (da lei considerato il maggiore scrittore non romanziere), del filosofo Jacques Maritain e dei mistici quali Teresa d'Avila e Giovanni della Croce («rispetto a lui sono uno zero», scrisse). Questa passione teologica è certamente alla radice dell'argomento principale della narrativa della O'Connor: «L'azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo».

La dimensione di mistero di cui fin qui abbiamo parlato si concentra essenzialmente nel mistero della libertà dell'uomo e della personalità. Proprio questo è il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: «Nei miei racconti il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace».

Il romanzo La saggezza nel sangue rivela questa dinamica in tutte le sue pagine. È il dramma a far funzionare le storie. Il dramma qui essenzialmente è quello dell'accettazione o del rifiuto della grazia: c'è un momento, in una buona narrazione, nel quale si può avvertire la presenza della grazia come in attesa di essere accettata o rifiutata, anche se il lettore può non coglierlo. La scrittrice riconosce che i propri racconti parlano «dell'azione che la grazia esercita su un personaggio poco disposto ad assecondarla».

I suoi personaggi spesso conducono una vita misurata, nella quale ogni cosa è al suo posto. Essi hanno costruito delle barriere di difesa che solo la violenza può demolire. La grazia non ha i tratti candidi e amorevoli che le si attribuiscono normalmente, non sempre è gentile. Per agire «in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo», a volte, essa deve essere violenta. Scrive la O'Connor in una lettera del 4 febbraio 1960: «Sono giunta al punto di pensare intensamente circa il modo di presentare l'amore e la carità, o sarebbe meglio ancora dire grazia; l'amore suggerisce tenerezza, mentre la grazia può essere violenta o potrebbe dover competere con il tipo di male che io posso concretamente compiere». Insomma la grazia non è "graziosa" e gli effetti della sua presenza sembrano essere non un miglioramento della bontà delle persone, ma paradossalmente perfino un deterioramento.

Spesso i suoi personaggi hanno davanti solo due strade: la profezia o il fallimento. E spesso la profezia si abbina, biblicamente, a una sorta di pazzia, a uno squilibrio fondamentale e fondante per il quale, come leggiamo ne Il cielo è dei violenti (la traduzione letterale del titolo sarebbe però più seccamente: "Il violento se lo porta via"), il profeta «quando non riusciva a sopportare il Signore un momento di più, si prendeva la sbronza». Il problema vero insomma è quello teologico del rapporto tra la grazia e la natura [...].

Nel sito internet della casa editrice Minimum fax si legge: «L'autrice mette apertamente in campo la sua profonda religiosità cattolica senza mai sconfinare nel fanatismo o nella bigotteria - e anzi rifiutando ogni degenerazione moralista - e ci offre esempi cristallini di teoria letteraria in cui i concetti di grazia e di mistero acquistano forza e fascino per qualunque lettore». Perfetta la prima e l'ultima parte dell'affermazione, ma errata la parte mediana: è proprio il rifiuto della degenerazione moralista a far sconfinare in continuazione i personaggi dei romanzi della O'Connor nel fanatismo e nella bigotteria.

La prospettiva drammatica della scrittrice non restringe affatto il campo visivo sul reale, anzi lo amplia perché a questo punto, come ella stessa scrive, «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell'inaccettabile» perché «non vi sarà niente nella vita di troppo grottesco, o troppo "non-cattolico", da non poter fornire materiale» per il loro lavoro. Infatti «è quando la sua fede è debole, non quando è forte, che il singolo avrà paura di un'onesta rappresentazione romanzesca della vita; e allorché sussiste la tendenza a incasellare lo spirituale e a farlo risiedere in un certo tipo di vita soltanto, il soprannaturale è destinato a poco a poco a perdersi». Così nell'ambito della visione anagogica esiste un significato della violenza che lo lega direttamente al mistero della grazia. Infatti l'avvenimento della grazia non è estraneo alla natura, ma è pur sempre un irrompere nella vita dell'uomo di una realtà differente rispetto ai suoi criteri. La libertà che accetta la grazia implica un salto, un risveglio repentino o brusco. La violenza, per la O'Connor, rende possibile questo passaggio e prepara all'affermarsi della grazia. Del resto l'esplicita epigrafe biblica di Il cielo è dei violenti, saltata nell'edizione italiana, ne è una chiara spia: «Dai giorni di Giovanni Battista ad ora, il regno del cielo soffre violenza, e il violento se ne impadronisce» (Mt 11,12).

La O0'Connor è dunque sensibile agli aspetti più drammatici e paradossali dell'incisività della grazia: nei suoi racconti i criminali fanno discorsi di valore teologico e, ad esempio, il nichilismo di un personaggio come Hazel Motes «lo riporta alla realtà della sua Redenzione». Invece il male si annida nelle menti più innocenti e negli ambienti più tranquilli.

La scelta del possibile

I personaggi della O'Connor sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: nelle pagine della scrittrice non ci si può fidare della logica e della coerenza. L'imprevedibilità non è una tecnica, ma si potrebbe dire la condizione metafisica di ogni narrazione che "funzioni". Al romanzo, ci suggerisce la scrittrice, siamo tenuti a chiedere soltanto che intensifichi il mistero della libertà. Chi invece, come la maggior parte degli uomini d'oggi, è figlio del determinismo storico o psicologico, si aspetta dei comportamenti consequenziali: dal libertino un'azione da libertino, dal devoto un'azione devota, dal filantropo un'azione generosa, e così dal cattivo un'azione malvagia.

Nelle opere della O'Connor questa logica non tiene e non ci si può affidare al discernimento di una opzione morale fondamentale. I personaggi sono sempre e in ogni momento tutti allineati al principio di tutte le loro possibilità. Così la salvezza può venire da un assassino e, invece, un cieco egoismo essere l'espressione di un filantropo umanista [...].

In racconti come A Good Man Is Hard to Find ("Un brav'uomo è difficile da trovare"), dove la conclusione sembra rimanere chiusa nel buio più assoluto e definitivo, è possibile scorgere con chiarezza una via d'uscita, un punto di luce che indica la possibilità di uscire dal tunnel. In questo senso, dunque, per la O'Connor la scrittura è il terreno nel quale accade il tragico propriamente cristiano, che non è il tragico che conclude col vicolo cieco, con l'impossibilità di tutte le possibilità. È invece il dramma della libertà (e delle sue infinite possibilità) che si confronta col mistero della grazia, sempre inatteso e imprevedibile. Il campo della letteratura spalancato dalle pagine di Flannery O'Connor non è mai quello del mero probabile, ma quello ben più esteso e ricco del possibile.

Antonio Spadaro